Non invidiare chi è più forte di te avrà fatto tesoro delle priprie sofferenze non invidiare chi ha successo solo perché ha più grinta e capacità di sfidarsi Non invidiare chi è più intraprendente perché sogna ancora e crede in un futuro migliore Non invidiare la bontà d’animo di chi non si è lasciato inquinare dalle brutture della vita Prendi da esempio chi stringendo i denti si pone continue domande mettendosi in ogni momento in discussione per evolvere evitando le proprie zone di confort di cui tu stesso sei prigioniero e che quotidianamente ti procurano rabbia solo perché non vedi la gabbia in cui ti sei chiuso….!rdn

12509062_10207242531415198_3410535336774596854_n

Sarà quando….

Sarà quando ti allontanerai da te stesso, che scoprirai un mondo nuovo

Sarà quanto ti allontanerai da te stesso, che scoprirai l’esistenza di una vera carezza

Sarà quando accetterai te stesso, che scoprirai il piacere di un abbraccio

Sarà quando accetterai la parte peggiore di te, che accoglierai l’altro a braccia aperte e sarai tu stesso ad abbracciarlo ad accoglierlo in te senza alcuna paura alcuna, senza più giudizi

Sarà quando accoglierai nel tuo profondo la tua immagine riflessa che potrai sentirti veramente libero ovunque e con chiunque

PROTEZIONE “UMANA”

E’ come se avessero l’epidermide ricoperto o “infestato” da filamenti blu, filamenti elettrici, come quelli delle trappole per le zanzare, odiosi! E’ come se, ad ogni singola leggera umanità, che arrivi nei pressi di sé venisse disintegrata. Ogni emozione, ogni sensazione, ogni cosa anche materia disintegrata, senza lasciar traccia alcuna, cambiamento alcuno. La chiamano protezione? Protezione terrestre? Nei cartoni animati c’era la Barriera Spaziale, per proteggersi dai mostri, alcuni parlano di protezione umana, questi filamenti servono per una protezione, sicuro? ma da cosa? Ritorniamo al non buttare le pietre contro le case di vetro? Il mondo ci spaventa così tanto da dover inventare delle protezioni emotive e da tutto ciò che è umano? C’è chi si nasconde per debiti, chi per sfuggire ad un arresto, chi per sfuggire alla moglie che lo ha scoperto con un’altra, o chi dall’amante assillante, ma una protezione che ci permettesse di non farci toccare dall’umanità che ci circonda non pensavo potessi arrivare a rifletterci….un argomento interessante, quanto triste e drammatico. L’umanità divenuta copiosa, affannata dal benessere, messa in crisi da se stessa, l’unico modo di reagire è proteggersi da ciò che di più puro e semplice ha, sé stessa? Generazioni siamo economicamente energetiche? che “involvono” in un movimento apparente spendendo il minimo a livello energetico?

Le parti buone: proiezione e introiezione pratica

Nelle mie relazioni, la maggior parte delle volte mi capita, di proiettare parti buone di me negli altri. Mi chiedo se questa dinamica, soprattutto in una relazione più intima, possa risultare produttiva. Non rischio di avere le stesse pretese che ho con me stesso? Non rischio di rovinare tutto, non avendo le risposte che cerco? Ho pensato , invece, che l’”introiettare” o se vogliamo usare un termine meno impegnativo prendere dall’altro le parti buone, mi sembra, invece, molto interessante e per me intelligente. In che senso? Vi chiederete. Quando in un qualsiasi rapporto si può, usando il cuore e l’intelletto, essere lucidi da poter estrapolare dall’altro una parte che ci possa dare stimoli e momenti di messa in discussione è un regalo che stiamo facendo a noi stessi. Quando un rapporto si chiude, ci “piace” come fase della perdita considerarci vittime dell’orco, cioè di un qualcuno che ci ha tolto qualcosa e ci ha fatto soffrire. Sicuramente quando c’è un allontanamento, un abbandono, è scontato un certo grado di sofferenza, ma sarebbe sterile tale dolore se non riuscissimo a vedere e percepire ciò che l’altro ci ha dato, cioè l’opportunità di “toccare” quelle parti di noi che se riusciranno a seguire il giusto movimento, l’onda che fluisce potranno portarci ad una crescita e ad un cambiamento facendoci conoscere un “noi” finora sconosciuto. La crescita personale è un fattore da cui non possiamo prescindere in quanto anche se cerchiamo di ritardare, di non affrontare ci verrà sempre a bussare. Pensare che in ogni confronto possiamo cercare un insegnamento, trovare un modo creativo di guardare al passato come ad una passerella che ci possa condurre ad un futuro più morbido, la sento un’emergenza che deve essere necessariamente soddisfatta per seguire e non perdere l’orizzonte della nostra evoluzione positiva.


Non vittime, ma perversi…?

Pensare di essere o essere stati vittime di una relazione spesso è sbagliato. Essere in una relazione è sinonimo di coppia, di accettare la formazione di un legame tra due soggetti che per un momento pensano di amarsi. Il problema spesso è il motivo per cui crediamoo di amare l’altro. Tale motivo è spesso la causa per cui ci tratteniamo in quelle che chiamiamo “relazioni perverse”. La più comune? Vivere un rapporto in cui uno dei partner tradisce continuamente, creando una triade costante, in cui l’ accettazione dell’altro si esplicita solo in presenza del “terzo” elemento uomo o donna che sia. La perversione si manifesta, in questo caso, nell’accettazione più o meno passiva del partner tradito, che pur soffrendo per non riuscire a soddisfare, quello che pensa sia il suo immenso amore, ne resta invischiato. Resta nel rapporto ma non è la vittima, è l’elemento, forse principale, che permette il perdurare del perversione; è colui che permette l’espletamento del disegno “perverso” degli elementi inconsci che richiedono quel tipo di legame. I legami perversi, spesso, sono un modus vivendi di molte persone, che altrimenti non sanno altro modo di esistere. Ciò diventa chiaro (per chi cerca di comprendersi e si fa domande e magari cerca aiuto) quando, per un attimo di lucidità si riesce a spezzare il “legame perverso” e dopo un po’ si ci trova di fronte ad un eventuale “altro amante” (fuori dalla triade) che di perverso non ha nulla; pronto a darsi, senza vergogna, senza paura, a darsi completamente per creare un legame libero e con presupposti di sincerità. Questa prospettiva è spaventosamente insostenibile, per chi è abituato a relazionarsi con un tipo di rapporto “perverso” e quindi in un modo o nell’altro, la possibilità di un sano legame viene automaticamente allontana, anche se è tutto ciò che voleva e pretendeva da chi gli proponeva solo dolore e tradimenti. Chi è la vittima ora? Nessuno. Ognuno cerca, se non pronto a rischiare, di proteggersi come può, accettando un rapporto “perverso” che tanto dolore procura, ma che tanta protezione da’ dal sentirsi “amati” e quindi scoperti e quindi vulnerabili, (Soggetti energeticamente economici).

Si  allontana, spesso,  con forza chi accetta di dare ciò di cui abbiamo bisogno e che ora, da “perversi” non vediamo nemmeno. Ciò che ci “arriva” dall’altro, gesti gentili, parole, azioni affettuose, vengono pur condivise, ma disintegrate appena ci toccano….

Non è facile accettare di farsi amare e spesso non è facile amare veramente, in quanto prima di tutto bisogna amare ciò che siamo nel profondo. Per aprirsi all’altro bisogna prima schiudere se stessi…??.

PUOI FUGGIRE DA TE STESSO PER SEMPRE

È facile amare qualcun altro, ma amare ciò che sei, quella cosa che coincide con te, è esattamente come stringere a sé un ferro incandescente: ti brucia dentro, ed è un vero supplizio. Perciò amare in primo luogo qualcun altro è immancabilmente una fuga da tutti noi sperata, e goduta, quando ne siamo capaci. Ma alla fine i nodi verranno al pettine: non puoi fuggire da te stesso per sempre, devi fare ritorno, ripresentarti per quell’esperimento, sapere se sei realmente in grado d’amare. È questa la domanda – sei capace d’amare te stesso? – e sarà questa la prova. […] »
(C.G.Jung, Lo Zarathustra di Nietzsche, Seminari)

Jung: Individuazione

“Il sé è la meta della vita, perché è la più perfetta espressione della combinazione fatale che si chiama individuo… Quando si riesce a sentire il Sè come irrazionale, come un ente indefinibile, al quale l’Io non è né contrapposto né sottoposto ma pertinente, e intorno al quale esso ruota come la terra intorno al sole, allora la meta dell’individuazione è raggiunta”. In ogni uomo prende vita un “dramma interiore” del percorso trasformativo che lo porta alla necessaria meta dell’individuazione. I processi iniziatici di questo processo possono rintracciarsi nel passaggio dalla produzione di fantasie relative la sfera personale alla produzione di fantasie pertinenti alla sfera interpersonale, entrambe tendono ad una meta. Il passaggio successivo è caratterizzato dall’integrazione dell’Anima (uomo) e Animus (donna). Tale passaggio è fondamentale per l’uomo, in quanto oltre a poter distinguere ciò che egli è e il modo in cui appare agli altri, ma anche divenire consapevole del suo invisibile sistema di relazione con l’ inconscio e quindi differenziarsi dall’Anima. L’Anima, finché è inconscia viene proiettata anzitutto sulla madre in quanto prima portatrice dell’immagine dell’Anima, in un secondo momento sulle donne che risvegliano i sentimenti nell’uomo; da qui la necessità dell’ oggettivare l’Anima. Quest’ultima perde il suo potere solo quando si riescono a gestire i processi inconsci che si riflettono nell’ Anima, diventando una funzione di relazione tra la coscienza e l’inconscio.

Gli effetti di tale integrazione portano la coscienza ad ampliarsi in quanto innumerevoli contenuti diventano coscienti; viene demolita l’influenza dell’ inconscio e prende vita una modificazione della personalità. L’ Anima, ora, perde la sua caratteristica “mana”  e chi l’assimila acquisisce forza, volontà e saggezza superiori, ma in questo modo ci si identifica con la figura del “mago”, un archetipo dell’uomo potente, del capotribù, da cui però ci si è costretti a differenziarsi in quanto inevitabilmente, ci si è identificati. La differenziazione dal “mago” e per la donna “grande madre”, avviene rinunciando a prevalere sull’ Anima, solo così cessa la dominanza/possessione del “mago” e accade che il “mana” appartiene in realtà al centro della personalità, quindi al Sè…Dal libro Rosso, Carl G. Jung

La mafia delle relazioni

Come sempre ci si trova a nostro agio, sia nel bene sia nel male a parlare di ciò che ci sta lontano, lontano intendo dal nostro intimo, da ciò che ci riguarda profondamente. Parliamo di mafia da sempre, diventando spesso una moda, si affronta questo argomento con grande supercialità, con grande facilità usandolo come bandiera, come manifesto, come attrazione di interesse e calamita di consensi. Perché parlare della mafia è come parlare di ciò che c’è più radicato in noi, ma che noi riconosciamo solo negli altri, solo nelle altre città, nelle altre famiglie. Mi chiedo: e se parlassimo di senitmenti? Se parlassimo della mafia dei sentimenti? Una e riconoscibile, oggi più che mai dilagante attraverso l’uso dei nuovissimi strumenti di comunicazione che ti permettono di entrare in modo mafioso, violento, irrispettoso nella vita altrui, con l’esclusivo intento di soddisfare i propri momentanei e virtuali bisogni per poi sparire. Come i mafiosi (veri), i mafiosi delle relazioni scappano, hanno bisogno di nascondersi, per non sentire forse lo scempio che hanno provocato nella vita della proprio vittima. Certo, non sono conseguenze irreversibili, ma che restano segnano e cambiano, soprattuto in esseri fragili e speranzosi, in persone “vere” che credono ancora nell’esistenza del bello e dell’emozionante, quelle che proiettano negli altri ciò che di buono e di puro c’è in sè. La mafia, quindi, non ruba solo i soldi, ruba anche le vite. Nel nostro caso, ruba vite ancora presenti, ma che pur scompaiono, pezzi di vita che vanno via perché condizionate dalla mafia, impaurite da narcisisti mafiosi che hanno facilmente accesso alla vita altrui, che pur non camminando sui maciapiedi per chiedere il pizzo, ma girano in rete dove il pizzo che si paga è emotivo. Un modo di violenza oscuro e subdolo, che attacca tutti e i più “fragili” cadono. Sicuramente è questioni di “bisogni”, è il lupo che ha fame (a volte solo languorino) e cappuccetto curiosa e speranzosa di essere vista che pensa di offrirsi alle tante parole vuote dell’affamato.

Non si tratta, certo, di una vera è propria violenza, non si tratta di bambini e di pedofilia, si tratta di soggetto adulti, consenzienti nell’atto della conoscenza, dell’approccio, ma non avendo di fronte l’interlocutore proiettano tutti i loro desideri che vengono poi confermati dalle “belle e false” parole, dai bei e interessanti momenti che si raccontano, dalle magnifiche immagini di sogni irrealizzati e irrealizzabili.

La piattezza delle emozioni è stata invasa dalle allegre signore del web, “signore” ignote che sfogano i loro istinti repressi su chiunque sia di loro gradimento, su chiunque possa inconsapevolmente soddisfare quei tiepidi e momentanei bisogni dal web. Un abbraccio, il contatto con l’anima, la luna piena e il tramonto sul mare, immagini banali ma d’effetto, che vengono usualmente usate per l’immagine romantica che si vuol dare; come se poi il romantico, deve necessariamente essere un qualcuno a cui affidarsi, di cui fidarci, una sorta di narcisismo costruito, di “trisessuale” dove l’unica cosa vera sono le lettere con cui vengono scritti i fiumi di parole. Niente è vero, nemmeno la possibilità di stringersi la mano guardandosi in faccia. Si, anche questo spesso è falso, perché si scappa prima di poter e dover sostenere il peso della persona di fronte, della responsabilità del vis à vis. Quando poi, invece, ci sarà, dopo continue insistenze, la possibilità di incontrarsi, sarà sicuramente un’esperienza interessante quanto agghiacciante.  In poco tempo ci si accorgerà che la possibilità di rintracciare, nella persona che ci sta di fronte, quelle favolose caratteristiche descritte durante l’esperienza web, è pari a zero. Quella persona icona di “bellezza interiore” di estrema educazione e sensibilità, nella maggior parte dei casi si rivela un vero e proprio mafioso, una persona avvezza ad una esplicita seduzione che poi dal vivo non riesce a sostenere, tirandosi indietro, se non sparisce, trova di sicuro le parole e i modi più improbabile, ma giusti per non violarsi, per no rischiare il proprio torbido “essere”.